Il sacco: simbolo della devozione a Sant’Agata


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“Tutti devoti tutti, cittadini viva Sant’Aita!”

Sant’Agata, fin dalle prime luci del mattino, è tornata a riabbracciare i suoi tanti fedeli, desiderosi di vedere la loro protettrice. Ogni volta, all’uscita dalla cameretta, vedendo il popolo accorso lì per lei, Sant’Aita sembra dire: “Eccomi, è bello rivedervi!”.

Le strade di Catania si colorano di bianco. Gli occhi sono lucidi, i fazzoletti sventolano. All’alba di giorno 4, il popolo di bianco vestito, arriva al duomo da tutte le parti della città… sono  i “cittadini” della festa di Sant’Agata. Da questo momento i devoti non lasceranno più la vara per tre giorni di seguito. 

Il sacco ha una storia lunga e particolare. Le sue origini effettive rimangono avvolte nel mistero. Esso assurge a vero e proprio simbolo della devozione della festa di Sant’Agata.

I devoti lo indossano ogni anno durante le processioni del 4, 5, 6 febbraio, dell’ottava il 12 febbraio e del 17 agosto. 

Il tipico abbigliamento del fedele si compone di un saio di colore bianco detto appunto “saccu”, un copricapo di velluto nero detto “scurzetta”, un cordone monastico legato all’altezza della vita, dei guanti bianchifazzoletto bianco e coccarda con il medaglione che raffigura Sant’Agata al carcere, attorniata dal raso rosso e verde. 

Secondo la tradizione, i catanesi lo avrebbero indossato per la prima volta il 17 agosto 1126, in occasione del ritorno in città delle reliquie di Sant’Agata e farebbe riferimento alla camicia da notte indossata dai cittadini nel momento in cui le spoglie della martire rientrano in città. Ma c’è anche chi ritiene che l’invenzione della camicia da notte sia successiva a quell’epoca e collegata al culto della dea Iside, i cui seguaci indossavano una tunica bianca di lino. C’è chi pensa che l’uso del sacco espiatorio risalga alle usanze delle confraternite del Medioevo, in cui i penitenti ricorrevano alla nudità come segno di rinuncia al mondo ma successivamente indossarono i “sacchi di disciplina” bianchi come segno di purezza e umiltà. E questi venivano usati durante i pellegrinaggi. Proprio il giro attorno alle mura di Catania era una peregrinatio penitenziale e apotropaica.

A metà Cinquecento erano uomini “ignudi, fasciati nel mezzo della persona solamente d’una avvolta tovaglia” che portavano sulle spalle la vara. Tale tradizione cadde in disuso, dal momento che i devoti portatori, pur scalzi e con le gambe nude, indossavano durante la processione sulle vesti consuete una camicia “per cagion de’ freddi”.

Nella seconda metà del sec. XVII i devoti, che forse con l’influsso della Rivoluzione Francese diventarono “cittadini”, iniziarono ad usare tunica bianca, cordoncino, guanti, berretto e fazzoletto. Nacque così gradualmente il sacco bianco dei devoti che rimanevano a piedi scalzi continuando a chiamarsi “ignudi”. In seguito i robusti portatori indossarono anche le calze senza scarpe col camice bianco e un saio che lasciava libere le gambe. Scomparsi i nudi, si affermò il sacco indossato sui vestiti come divisa laicale della festa.

Oggi, l’idea prevalente è che si tratti di un abito liturgico, il cui precedente storico può individuarsi nel “sak”, una veste popolare adoperata in segno di lutto, di penitenza o di protesta contro il lusso.

Il sacco dei devoti della patrona di Catania aveva originariamente colore cenere, il bianco fu adottato in un secondo momento per indicare purezza, scienza, religione e promessa. Le donne indossavano il sacco di colore verde, simile alla tunica che avrebbe indossato S. Agata durante il Martirio, oggi ormai desueto.

Gli elementi che compongono il vestiario del devoto hanno anche significati spirituali: il berretto nero è segno dell’umiltà e della cenere dei penitenti e il colore bianco simbolo di purificazione per toccare le reliquie.

Ogni devoto indossa U saccu’ per una ragione profondamente spirituale: una promessa, un voto, un ringraziamento per una grazia ricevuta e per altri motivi ancora. Anche ai neonati è uso far indossare il sacco per proteggerli da ogni male. Si tratta di una tradizione che si tramanda di generazione in generazione.

In giorni come questi, fede, devozione, eccitazione e tradizione si mescolano creando un mix di forte coinvolgimento e commozione per chi partecipa alla processione. Esplodono canti, grida, preghiere che scandiscono ed animano lo spasmodico muoversi della calca e il lento e cadenzato movimento della Vara. I devoti ripetono, a piena voce, una fragorosa cantilena con formule antiche, tramandate nel tempo e divenute veri e propri inni alla Santa.

Eccone alcuni:

Semu tutti devoti tutti! Cittadini, viva Sant’Agata!

“Semu tutti devoti tutti?”

(gli altri): “Cittadini… cittadini…”
oggi modificato in “cettu, cettu” probabilmente per una cattiva comprensione di quel “cittadini… cittadini”

(prima voce): “Cittadini…”

(gli altri): “Evviva S.Agata!”

(la prima voce ripete): “Cittadini…”

(gli altri ripetono): “Evviva S.Agata!”

Co saccu e senza saccu, facemuccillu n’applausu a Sant’Aiutuzza bedda!

E CCHIU FOTTI CCHIU FOTTI ANCORA…..

JE CHIAMAMULA CCU RAZZIA E CCU CORI….

AVI DDU OCCHI CA PARUNU STIDDI

E NA UCCA CA PARI NA ROSA….

PA PATTRUNA DI CATANIA

VERGINI,MARTIRI E MIRACULUSA,…

U veru devoto non è chiddu ca si metti u saccu e veni ca
È chiddu ca ti potta rispettu e dignità

Nà sta vara si reggina
si la prima cittadina.
Di Catania si a pattruna
nà sà facci si na luna.
Di la lava ni savvast
ie a Catania a vita rasti.
U fedeli cittadinu
ti potta ncoddue ta dduma u luminu.
Mentri u capu si sgola e sbraita

“Cittadini “……..”evviva sant’Aita”.

Dopu stanchi ra iunnata
stamu cu ttia tutta a nuttata.
Quannu agghionna ……tutti rutti…
semu tutti devoti tutti

E cu sti sacchiceddi ianchi semu accussi carini ca ora ti fazzu sentiri a vuci de to cittadini

Sant’Aituzza sta trasennu e i nostri cori stannu chiancennu. ..l’ultimu salutu ci vulemu rari e accumpagnamu finu all’ altare. …semu tutti devoti tutti

Ddi CUDDUNI tutti ianchi
senza UCI e troppu stanchi..
NI facemu st’acchianata
pi sant’aita a nostra amata..
Na puttamu peri peri
nde so strada e ne quatteri..
Belli fochi ci sparamu
e che fazzuletti a salutamu..
Quanti chianti ni facemu
dopu n’annu quannu a viremu..
Iu ti scrissi sta poesia
Sant’Aituzza si a vita mia…

La “vaddedda” è il tradizionale sacco di iuta che portano sul capo i portatori laterali delle candelore: serve per non far poggiare direttamente le sbarre di ferro che sorreggono il cereo sulle spalle e, quindi, per ammortizzare il peso della candelora e rendere meno gravoso il compito del portatore.

 È una tradizione antichissima: tutti gli appartenenti ai circoli li realizzano ancora, non sono stati sostituiti da cuscinetti ergonomici, né tanto meno le candelore sono mosse da un motore elettrico o dotate di ruote per essere spinte e non caricate sulle spalle.

Anticamente veniva chiamato “capizzeddu” e prende origine dall’usanza degli scaricatori di porto.

 Guarda i video:
La Festa di Sant’Agata è un bene etno-antropologico Patrimonio dell’Umanità UNESCO
Fonti:
https://newsicilia.it
S. Agata, anche l’abito fa il devoto Storia e leggende attorno al “sacco”, La Sicilia, 2 Febbraio 2013 – Antonino Blandini
https://thesicilianway.it
Foto: Maria Angela Messina
http://myelection.info/guide/m/mignini-e-petrini-santagata-sicily.html

 

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