MASSIMO POLIMENI, UN SICILIANO DI VALORE INTERNAZIONALE


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di Antonio Omero

Intervistare un mio amico d’infanzia con il quale abbiamo vissuto anni struggenti al Clan dei Ragazzi diretto da Padre Nunzio Caprini e da Padre Ugo Aresco, mi emoziona un po’, ma certamente Massimo Polimeni, uomo realizzato all’estero ma che non ha mai dimenticato le sue origini siciliane in quanto sposato con una meravigliosa siciliana Dora Russo, saprà raccontarci del suo passato di successo come uomo manager aziendale e come attuale scrittore, il cui suo ultimo libro Un Respiro di troppo per Words Editing sarà presentato il 31 Maggio al Palazzo della Cultura a Catania.

Massimo da dove cominciamo? Passato o presente?

Da dove preferisci, Antonio.

Nel 1974 scrivi testi e sceneggiatura e curi la regia di un lavoro teatrale dal titolo “Processo a Chicago”, basato sulla deposizione di Allen Ginsberg al processo contro gli organizzatori di una clamorosa protesta nel 1969. Il lavoro fu rappresentato al Teatro Gamma di Catania. Fu il tuo primo successo artistico?

Bè, fu un successo dal punto di vista organizzativo. La compagnia era formata da attori all’epoca non professionisti ma molto bravi, che accettarono di mettere su questo spettacolo a titolo assolutamente gratuito. Il lavoro, come hai detto, era basato sulla deposizione di Allen Ginsberg al processo contro gli organizzatori di una protesta pacifista organizzata da un gruppo di intellettuali americani, poeti on-the-road e gruppi yippies. Nessuno tra i manifestanti  si sognava di utilizzare la violenza. La reazione della polizia invece fu molto più che violenta, devastante. Ne scaturì un processo-farsa che finì con condanne per tutti, anche per alcuni testimoni e persino per gli avvocati della difesa. Ne feci un lavoro di teatro documento che ebbe un buon successo anche di critica.

Giornalista pubblicista dal 1980.

Formato giornalisticamente tra Teletna, emittente televisiva fondata nel 1976 (prima tv privata italiana che riuscì a scardinare il sistema televisivo ufficiale dell’epoca, vincendo la cosiddetta “battaglia dell’etere”), Il Giornale del Sud, (il quotidiano fondato dal giornalista Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia), e Telecolor (altra emittente televisiva siciliana). Ti senti ancora orgogliosamente giornalista o cambieresti qualcosa in questa professione oggi molto caduta in basso e foriera di imbruttimento sociale?

Hai ragione, è così. Io credo nel dovere professionale, in tutti i campi, specie laddove si può influire sull’opinione della gente. Il mio concetto di giornalismo è moto distante dal modo in cui viene rozzamente e faziosamente praticato dalla maggior parte della categoria. E come vedi non temo nel manifestare il mio pensiero.

Nel 1982 fondi e dirigi IN.TEA. (Iniziative Teatrali),  che presenta a Catania un importante cartellone teatrale con spettacoli di qualità e interpreti di assoluto rilievo quali Valeria Moriconi, Virginio Gazzolo, Carlo Cecchi, il Teatro dell’Elfo, all’epoca diretto da Gabriele Salvatores, Peppe Barra, Massimo Mollìca e altri ancora. Fu un’esperienza unica nel suo genere che ti portò ad essere lungimirante nella vita?

Fu un’esperienza per certi versi esaltante per altri devastante. Credevamo di poter riempire il teatro grazie alla qualità degli spettacoli proposti, tutti realizzati da compagnie importanti. Non avevamo fatto i conti con il pubblico catanese, poco avvezzo alle novità. Solo in pochi decisero di tradire le proprie abitudini e i momenti mondani che erano soliti concedersi nel foyer dello Stabile o del Metropolitan. L’affluenza fu molto inferiore alle aspettative e ci rimettemmo un sacco di soldi. La soddisfazione di aver tentato un’operazione realmente culturale e senza precedenti fu però tanta. In ogni caso fu una follia.

Tra il 1985 e il 1987 realizzi due documentari per conto della RAI (“Bellini, itinerario di un mito”, e “Agata tra sacro e profano”), messi in onda su RAI3. Di questi scrivi testi e sceneggiatura e condividi la regìa (con Orazio Ruggeri). Perchè non hai avuto altre proposte televisive da realizzare in Rai, Mediaset o altro?

Mi sono trovato a un bivio. C’era in ballo la mia attività professionale con cui dovevo fare i conti, e una famiglia sulle spalle. Quando Alitalia, per cui ho lavorato per tanti anni, mi propose una posizione manageriale all’estero, dovetti staccare la spina “artistica” e dedicarmi solo all’azienda. E così mi ritrovai a Seul, lontano da tutti gli atri miei interessi.

Hai abbinato l’attività giornalistica a quella meramente professionale (dirigente d’azienda nel settore del trasporto aereo) sino al 1987, quando sei stato trasferito all’estero, dove svolgerai la tua attività per una decina d’anni (Seul, Tokio, New York). Tu hai lavorato per ALITALIA e WIND JET, come vedi oggi  il  mercato aereo in evoluzione commerciale o in caduta libera?

Ho lavorato a lungo per Alitalia, poi per Meridiana, quindi per Diners Club e poi per Wind Jet che ho contribuito a far crescere da piccola compagnia charter a terzo vettore italiano (prima low-cost italiano). Poi lo sviluppo non era nei piani della proprietà e la cosa finì purtroppo in maniera molto poco edificante. Io nei fatti avevo già lasciato quella compagnia. Il mercato del trasporto aereo necessita  di alte professionalità e di una grande capacità d’investimento. Ormai l’industria mondiale si è sostanzialmente consolidata con non più di dieci grossi operatori. Vedremo tutti gli altri pian piano sparire o essere assorbiti dalle major. In Italia possiamo raccontare la storia di tante occasioni perdute, e niente di più. Nel caso di Alitalia fondamentalmente a causa di scelte politiche che hanno finito per demolire la compagnia.

Nel 2015 pubblichi per Nulla Die Edizioni il romanzo “In Sicilia, un’estate” (Premio Letterario “Raffaele Artese” città di San Salvo, 2016). Quale ispirazione ti portò a realizzare questo romanzo?

La nostalgia e un profondo desiderio di fuga. Iniziai a scriverlo a New York e mi fermai più o meno a metà. L’ho ripreso nel 2015, vent’anni dopo,  e sono riuscito a finirlo. Il protagonista tenta di fuggire dalla realtà aberrante che lo circonda, tornando in Sicilia da Milano, dove è manager di successo. Ha inizialmente l’illusione che la sua terra, i profumi, i colori, la luce possano accoglierlo e trasferirlo nella dimensione calda e accogliente della sua giovinezza. Una sorta di ritorno nel ventre della madre in cerca di un conforto antico. Ma sappiamo tutti che non funziona così. Egli dovrà affrontare una dura realtà e fare i conti anche con il tempo che, passando, ha lasciato le sue tracce su uomini, fatti, luoghi.

Nel 2017 pubblichi per Nulla Die il romanzo “Quel che resta oltre il buio”  (vincitore dei Premi Letterari Città di Acireale 2017, De Finibus Terrae 2017 e Città di Arce 2018).

Ma cosa resta oltre il buio? È un giallo della vita?

Oltre il buio della sofferenza c’è sempre una fioca luce che indica una via d’uscita. Ci sentiamo abbandonati, come grucce dimenticate su un vecchio materasso, in una stanza oscura. Basterà un timido bagliore a far emergere la speranza di poter continuare. Anche in questo romanzo come nel precedente e nel successivo, i contenuti psicologici e intimi sono poggiati su un letto noir.

Nel 2019 pubblichi per Words Editing il romanzo Un respiro di troppo, un noir contemporaneo in una Catania dalle fosche tinte.

Il libro è disponibile online in ebook e cartaceo su Amazon, IBS e nei maggiori portali specializzati ed è distribuito nelle librerie.  È un thriller, o meglio un noir, appetibile a tutti, soprattutto a chi cerca un romanzo intrigante e in grado di lasciare il segno.

Parlaci di questa tua ultima fatica letteraria.

Un respiro di troppo ha un tema non dichiarato che è quello della solitudine, come Quel che resta oltre il buio aveva il dolore e In Sicilia un’estate la nostalgia. Il romanzo nasce casualmente dall’osservazione, al porto d Catania, dello sbarco di un gruppo di migranti. Mi chiesi se fosse stato possibile entrare nel perimetro delle operazioni, visto che volevo vivere da vicino quello sbarco. Notai che c’erano un paio di punti ciechi dove sarebbe stato in teoria possibile tentare di superare il controllo di tutta quella gente con divise diverse che si dava da fare nei pressi della nave. Tuttavia ritenni la cosa troppo pericolosa e imbarazzante: in breve mi avrebbero individuato con tutto quello che ne sarebbe conseguito (il mio tesserino di giornalista non mi avrebbe evitato un mucchio di guai). Pensai però che se avessi avuto la pelle nera il mio ingresso in quel perimetro sarebbe stato forse possibile. Mi avrebbero scambiato per uno dei migranti che magari si era staccato inconsapevolmente dal gruppo. Così ho cominciato a costruire una trama. Il protagonista è un afro-americano, sbarcato clandestinamente da un mercantile ormeggiato nei pressi della nave dei migranti. Fugge da un omicidio commesso a New York e tenterà di rifarsi una vita a Catania. Intreccerà le vite parallele di tanti singolari personaggi che, come lui, si trascinano addosso drammi e problemi d’ogni genere. Ma è possibile rifarsi una vita? E a che prezzo?

Quale messaggio vuoi lasciare al lettore di Buone Notizie dalla Sicilia.tv e cosa ne pensi del nostro Portale positivo?

Un portale dedicato a tutto quanto di buono e interessante avviene nella nostra terra ci fa sentire meno preda di quanto di negativo avviene quotidianamente attorno a noi. Il rischio è proprio quello di deprimersi e immaginare che la società non riesca ad elaborare niente che possa andare al di là della cronaca nera, o che in Sicilia non esistano risorse straordinarie e persone brillanti che sanno utilizzarle. Complimenti a Buone Notizie dalla Sicilia, perché si intuisce subito il grosso lavoro di ricerca e di approfondimento su arte, spettacolo, imprenditoria e quant’altro rende unica questa nostra terra, sempre in bilico tra passione e depressione, tra esaltazione e mestizia, tra bellezza impareggiabile e marciume. Concentriamoci  sul buono, aborriamo le nefandezze e lavoriamo per un nuovo rinascimento delle menti. Credo sia questo il messaggio del vostro portale.

https://www.massimopolimeni.com/


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