La storia della Vara e la simbologia del cordone di Sant’Agata


La  «Vara», detta in italiano Fercolo, dal latino  “Fero Cultum”, è il pesante carro su cui vengono portati in processione il Simulacro e le Reliquie di Sant’Agata. Era un’usanza mutuata dal mondo pagano quella di condurre in processione l’immagine degli Dei per il culto.

Prima del 1379, la vara di Sant’Agata era in legno dorato molto pregiato, era un tempietto di argento che ricopre una struttura in legno, riccamente lavorato. Venne però gravemente danneggiata.

Successivamente venne costruito un altro fercolo nel 1518, in puro stile rinascimentale, finemente cesellato e ornato, sul tetto di copertura, da dodici statue raffiguranti gli apostoli, dalla forma rettangolare ed è coperto da una cupola, anch’essa rettangolare, poggiata su sei colonne in stile corinzio. Fu costruito dall‘artista orafo Vincenzo Archifel operante a Catania dal 1486 al 1533.

La cronaca dell’epoca riferisce che nella processione del 1553 la “vara abbuccau” e “tutta si fracassao”. Le opere di sistemazione e rifacimento furono eseguite per volere del vescovo Nicola Maria CarraccioloNel 1592, su commissione del vescovo Corrionero, furono realizzate le dodici statue d’argento degli apostoli poste nel coronamento. Nel 1610, per volere del vescovo Secusio, il fercolo fu corredato di venti lampade. Nello stesso periodo, vari artisti furono chiamati a eseguire, sulla zoccolatura, le scene della vita della santa e della traslazione delle sue reliquie.

Ultimato alla metà del Seicento con una configurazione analoga a quella odierna, il fercolo uscì indenne dal terremoto del 1693.  

Col terremoto l’assetto urbanistico della città mutò radicalmente. Rimase pochissimo della vecchia città, per cui, il fercolo tracciò le linee per la ricostruzione, creando così un comodo percorso per la processione. Nel 1712 fu stabilita la suddivisione dei giri (interno ed esterno) il 4 e il 5 febbraio, toccando tutti i quartieri della città.

Nel mese di febbraio del 1735 Guglielmo Scammacca, con l’intento di far pulire e biancheggiare il fercolo della Santa Patrona, se lo fece portare a casa propria, affidandolo a due argentieri Ottavio Manduca e Bartolomeo Bartolotta che, in sua presenza, effettuarono la pesatura di tutto l’argento di cui esso si componeva: in tutto cantara 2 (1 cantaro: 65 kg.) e 84 rotoli (rotolo misura araba Regno delle due Sicilie (453,60 gr.), ancora in uso a Malta.
Ecco dunque che la “Vara” di Sant’Agata, uno stupendo fercolo firmato Gianbattista Vaccarini, tutto e solo di pesantissimo argento, decorato con delfini in rilievo (simbolo della città di mare), illuminato da una pioggia di lampade dal sapore orientale, issato su una slitta quasi magica (inventata dal suo artefice per meglio scivolare sulle “basole” di pietra lavica) che si alza, gira su se stessa e si abbassa per abbordare angoli e crocicchi stradali. Eccolo dunque andarsene in giro per tutta la notte e oltre, nel mattino del giorno dopo, assolutamente indifferente ai tempi, alle regole ed ai riti della liturgia. Nel 1743 furono aggiunti i festoni negli intercolunni. Tra il 1890 e il 1891, in seguito a un furto, si rese necessario il rifacimento di alcune parti, comprese le statue del coronamento. Colpito da una bomba nel corso dell’ultima guerra, fu oggetto di un rifacimento che utilizzò molte delle parti originali, in una ricostruzione figurativa spesso contraddittoria che trascurò di rispettare la sequenza narrativa delle scene.

A pieno carico, con il busto, lo scrigno, l’equipaggio e la cera, la vara arriva tranquillamente a pesare 30 quintali, che vengono trascinati, spesso in salita, da un esercito di fedeli afferrati a due cordoni di duecento metri ciascuno, tenuti in tensione a un capo con delle maniglie.

Il fercolo è d’argento massiccio. Si muove su quattro ruote (rulli cilindrici in acciaio con battistrada in gomma piena) e viene trainato tramite due cordoni, al cui capo sono collegate quattro maniglie, lunghi ciascuno circa 130 metri, dai cittadini nel caratteristico saccu. Sotto la vara stanno elettricisti e meccanici che ne scandiscono i movimenti e si occupano della revisione prima della processione.

Dall’addobbo floreale della vara si può riconoscere se si è alla processione del giorno 4 o a quella del giorno 5 febbraio. Infatti, i fiori che addobbano il fercolo, sempre garofani; di colore rosa, simbolo della passione per Gesù e del martirio, nella processione del giorno 4 febbraio e di colore bianco, segno della fede in Dio, della purezza di cuore e della sua verginità di donna consacrata al Signore, nel giro interno del giorno del martirio che si festeggia il 5 febbraio.

Tuttavia il fercolo che oggi devoti e turisti ammirano con grande curiosità non è quello originale; infatti i bombardamenti alleati del 17 aprile 1943 distrussero – oltre a numerosi edifici laici e religiosi – anche la Casa Vara e con essa il Fercolo originale. Esso fu ricostruito nel 1946 da Giuseppe Barresi, tramite disegni, fotografie e progetti che ritraevano quello ormai perduto e si poté utilizzare soltanto dall’edizione 1947 della Festa. Per la festa del 1946 – che tra l’altro fu l’ultima sotto lo stemma sabaudo – i catanesi chiesero l’aiuto dei paesi vicini e che qualcuno di questi prestasse a Catania un fercolo, che potesse portare in trionfo le reliquie di Sant’Agata. E fu così che Acicastello – che già nella storia del culto agatino era ricordata come punto in cui le reliquie stesse ritornarono in patria il 17 agosto 1126 – prestò ai Catanesi la sua “vara” di San Mauro, gesto che sottolineò ancor di più il rapporto fra queste due città a riguardo della fede in Sant’Agata Vergine e Martire.

E’ custodito a Casa Vara, la stanzetta attigua al duomo. A prendersene cura sono ben 39 persone oltre il capo vara Claudio Consoli.

Il cordone

Tra gli elementi fondamentali della festa di Sant’Agata, ci sono sicuramente i due lunghi cordoni che trainano la vara durante la festa. Una vera e propria reliquia, una sorta di prolungamento delle braccia che permette di toccare di essere in stretto contatto con la Santa. I devoti che lo tirano sono moltissimi e spesso non c’è neppure spazio per i movimenti fondamentali.

Si tratta di due imponenti funi composte da un intreccio di canapa che raggiunge a tre corde intrecciate tra loro, formando un fusto robusto dal diametro di circa 5 cm.
Cenni storici raccontano che i cordoni ricoprivano un ruolo importante, poiché in passato il fercolo della Santa era munito  di un meccanismo a slitta chiamato mezzelune che scivolavano lungo il percorso.

Inoltre molti non sanno che i cordoni a seconda le circostanze vengono anche sostituiti come nel caso dell’ingresso del fercolo all’interno della chiesa di Sant’Agata la Vetere dove vengono cambiati con cordoni di minore lunghezza per agevolare le manovre.

Ad oggi i cordoni misurano 125 e 120 metri, negli ultimi anni sono stati allungati per permettere ai devoti di stare con Agata. Il cordone destro è più corto rispetto a quello sinistro. Inoltre ogni cordone ha quattro diramazioni, ulteriori cordoncini per permettere gli spostamenti in maniera più precisa e di tenerlo costantemente e regolarmente in tensione.

Ai cordoni, i devoti gridano i propri inni, salutano la Santa, la ringraziano, danno testimonianza del loro profondo ed indissolubile legame con l’illustre concittadina.

 

Fonti: https://istitutoartecatania.myblog.it/

Sant’Agata: la tradizione e la storia dei cordoni

Fonte foto copertina: Autore: Peppe64

foto: sicilia in foto

What's Your Reaction?
SARCASTICO! SARCASTICO!
0
SARCASTICO!
DELIZIOSO! DELIZIOSO!
0
DELIZIOSO!
LOVE!!! LOVE!!!
1
LOVE!!!
OMG!!! OMG!!!
0
OMG!!!
PAURA!!! PAURA!!!
1
PAURA!!!
LOL! LOL!
0
LOL!
FUNNY! FUNNY!
0
FUNNY!
WIN! WIN!
0
WIN!

La storia della Vara e la simbologia del cordone di Sant’Agata

log in

reset password

Back to
log in