Intervista sulla solidarietà alla sociologa Gioia Luce


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A Dicembre, Catania, assieme ad altre città italiane, è stata scelta per la raccolta fondi del progetto Oxfam, volto a portare acqua potabile nel sud del Sudan. Catania ha raccolto una delle cifre più alte riportando uno straordinario successo grazie ai giovani volontari e alla sua trascinante leader, oltre alla generosità delle persone che hanno donato presso Coin e Douglas.

La referente del progetto è Giovanna Costanzino, da tutti conosciuta come Gioia Luce.

Nata ad Agrigento, ha studiato Beni archivistici e librari presso l’Università di Palermo, con una tesi in museologia antropologica. Attualmente frequenta l’Università di Ferrara e sta per specializzarsi in Tutela dei diritti e protezione dei minori con una tesi sperimentale volta all’educazione alla morte, attraverso le pratiche del teatro sociale. Pratica yoga, scrive poesie, danza e fa teatro. Nel 2014 ha partecipato come volontaria Arcs al campo di lavoro attuato in Camerun, in uno dei piccoli villaggi che costellano il Paese, per l’approviggionamento di acqua potabile. Da sempre è impegnata nel sociale con vari progetti Oxfam, UNHCR, a livello internazionale, ma anche a livello locale, protestando contro l’istallazione del Muos a Niscemi, e battendosi per la rigenerazione urbana di un quartiere storico di Catania come quello di San Berillo.

Il suo sogno è essere un’educatrice-animatrice per i centri di prima accoglienza  per minori non accompagnati.

L’interesse particolare di Gioia è analizzare le dinamiche dell’uomo e dello spazio che lo circonda.

 

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Gioia, come ti sei accostata alla sfera sociale?

Ho iniziato viaggiando per visitare i luoghi ma soprattutto per comprendere meglio culti e riti che avevo conosciuto con il concetto di musealizzazione, inerente il mio percorso di studi; da lì in poi ho voluto accostarmi alla causa sociale, accorgendomi di quanto complicata fosse la sopravvivenza dopo aver contratto per due volte una malattia come la malaria, in uno spazio dove tutto è più aggressivo. La mia esperienza in Africa,  dove muore una persona al minuto, mi ha fatto scoprire che non si muore mai da soli, si danza con la morte quotidianamente. Vieni dunque a conoscere bene la vita e la morte. Lì i funerali durano per 6 giorni e ha un grande spazio la danza con la valenza di una vera e propria terapia, adoperata per curare il dolore, e far emergere mancanze, pensieri, complessi, in uno spazio, come quello della giungla, non definito ma essenzialmente più pulito di quello in cui viviamo quotidianamente. Mi sono avicinata al contesto sociale anche grazie all’esperienza formativa del teatro sociale, che celebra come riti la vita e la morte e aiuta ad elaborare il lutto”.

 

In un’epoca come la nostra in cui si parla spesso di solidarietà e aiuto, che significato assume alla luce delle tue esperienze questo termine?

“La solidarietà è quella rete sociale e amicale su cui appoggiare certezze del sé individuale col presupposto principale che essere solidali significhi essenzialmente mettersi nei panni dell’altro, considerare l’altro come me stesso, essere pronti ad accogliere, relazionarsi, specchiarsi ed interagire per un confronto costruttivo e attuare fattivamente  un rapporto rispettoso con l’altro”.

 

Che significa per te la parola “dono”? Abbiamo visto che tu nelle esperienze che hai vissuto ti doni a 360 gradi

“Ti rispondo subito con una frase che mi permetto di prendere da Ernesto Che Gevara “tutto parte da noie torna a noi”; nell’accezione che do al termine dono mi aiuta anche la mia fede buddista, convinta come sono che non esiste dono senza capacità di accoglienza, perché accogliere l’altro significa accettare se stessi e soprattutto mettersi in gioco, in prima persona, è un sincronismo, una sorta di do ut des al positivo. Dare è capire dove arriva la nostra inibizione e quella degli altri”.

 

Oggi vediamo che ci sono degli atteggiamenti ambivalenti nei confronti dei migranti: c’è chi li teme e li vuole cacciar via, c’è chi invece vuole accoglierli e inglobarli nel nostro paese. Che ne pensi?

Credo che la cosa più ragionevole sia far leva sulla memoria collettiva che permette di ricordarci cosa significava essere immigrati in altri paesi e ci permetta di riconoscerci nel dramma attuale che questi esseri umani vivono quotidianamente. La storia dell’uomo è piena di avi scappati da guerre, epidemie, carestie; l’uomo si è sempre spostato. Inutile negare che i migranti sono ormai il nostro futuro, sia in chiave ottimistica che pessimistica, anche perché non ci può essere nel futuro evoluzione senza interazione. Sono una risorsa per il nostro paese, ormai popolato da persone anziane e giovani che non vogliono fare i mestieri storici. Bisognerebbe adottare una via di mezzo, ma l’accoglienza e il garantirgli determinati diritti in quanto esseri umani, sono imprescindibili.

 

Di cosa ti stai occupando adesso?

Dopo le campagne per Oxfam, e l’impegno contro l’istallazione del Muos adesso mi sto concentrando sullo spazio urbano, osservare lo spazio che ci circonda è fondamentale perché spesso limita le possibilità. Sto prendendo parte ad un progetto che vede la rigenerazione di un quartiere storico e complicato come quello di San Berillo, in pieno centro storico a Catania, espressione di una nuova  socialità, perché ingloba clandestini, migranti, prostitute, trans gender, con lo scopo di combattere le dilaganti omofobia e xenofobia.

 

 

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Una testimonianza pregnante e forte di una ragazza che non si ferma mai, disposta sempre e comunque a donarsi agli altri, in contrasto con l’immagine spesso veicolata dei mass media di giovani in balia di se stessi, “bamboccioni”, senza valori, senza ideali. Ho incontrato Gioia una piovosa mattina di fine novembre, e sono riuscita a leggere la sua anima pulita dallo sguardo che porge, dal suo tono di voce, dal suo mettersi a disposizione. Persone come Gioia ci fanno ben sperare per le sorti del nostro imminente futuro.

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