I classici nella modernità e il legame con la Sicilia: intervista al prof. Gaetano Cosentini


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FOTO_COSENTINI“L’insegnante mediocre racconta. Il bravo insegnante spiega. L’insegnate eccellente dimostra. Il maestro ispira” (Socrate). Queste parole ben si prestano a presentare una figura poliedrica e composita qual è quella del prof. Gaetano Cosentini, tra gli ntellettuali più completi e rappresentativi nel panorama culturale isolano, nell’esplicitare il rapporto fra mito, mondo classico e Sicilia. Tanti altri però sono i temi e gli interessi a cui il docente ragusano si dedica con passione.

Gaetano G. Cosentini nato a Ragusa  ove risiede, già ordinario di Lettere greche e latine al Liceo “Umberto I” di Ragusa, è anche antichista e scrittore. Ha lavorato con Quintino Cataudella, Giusto Monaco, Dario Del Corno, Gianni Ghiselli, Enzo Degani, Enzo Pirrone, Roberto Pretagostini, Michele Cataudella. E’ stato collaboratore dell’Università di Avignon con Georges Barthouil con quattro pubblicazioni, con l’Accademia di Lettere Scienze ed Arte di Arezzo”F. Petrarca” con quattro pubblicazioni, una collaborazione con l’Università Von Humboldt di Berlino con un contributo. Ha tenuto un corso all’Università di Valencia con Julia Benavent. Ha svolto vari lavori con il fotografo Giuseppe Leone, che mirano a dare risalto a Ragusa e alla sua tradizione. Ha fondato la delegazione di Ragusa dell’Associazione Italiana  Cultura Classica, ed è presidente della stessa da trentacinque anni. Da trentanni è Socio e “Paul Harris fellow” del Rotary International. Ha pubblicato quarantadue titoli tra cui si ricordano:

  • Gli aurei consigli del saggio Archestrato
  • A tavola con gli antichi
  • Cuntannu cunti (il patrimonio immateriale dei racconti)
  • Donnafugata: un castello , un giardino
  • Palumma e Il vento racconta (novelle)
  • Il tempo perduto, i miti la grecità in Lampedusa
  • Fantastiche presenze
  • Il giardino nel mondo classico e in Tomasi di Lampedusa

Per gli interessi sull’alimentazione è stato insignito del titolo di Provveditore dell’Accademia italiana di gastronomia e di gastrosofia. Collabora con varie riviste e giornali. Ama i gatti e il valore sempreterno degli autori dell’antichità.

Ho conosciuto Cosentini dalle parole di stima e ammirazione profonda di alcuni suoi ex alunni e concittadini ragusani, che da sempre ne ammirano la tempra, la preparazione e il suo modo di porsi con l’altro. Ecco di cosa abbiamo parlato nella nostra chiacchierata:

Professor Cosentini, fra i suoi tanti testi mi sono imbattuta in due titoli in particolare, che hanno a che fare con la Sicilia: “Cuntannu cunti (il patrimonio immateriale dei racconti)” e “Donnafugata: un castello, un giardino”. Tra i due, soprattutto nel primo, si fa riferimento alla tradizione orale che affonda le sue radici nell’oralità tramandata da Omero, dagli aedi e dai rapsodi che nella nostra terra ha avuto continuità fino ai nostri giorni. Quale importanza riveste nella società contemporanea questo tipo di comunicazione?

“Cuntannu cunti (il patrimonio immateriale dei racconti)” non è solo un’antologia ma ha la particolarità di aver spiegato il 98% dei racconti presentati, risalendo alla genesi greca o latina. Questa peculiarità ha impreziosito il lavoro cosicchè il fruitore del mio studio, non ha a disposizione solo i testi ma è messo nelle condizioni di capire il rapporto che intercorre fra la civiltà passata e il nostro vivere quotidiano. Non esistono ormai invenzioni ex novo; spesso ricicliamo, con tutti i dovuti accorgimenti, la tradizione e la cultura del passato, adattandola alle esigenze del tempo. Non dimentichiamo che noi siamo perchè qualcuno ci ha preceduto; siamo gli eredi di un grande patrimonio che spesso sperperiamo e non abbiamo in considerazione. Noi abbiamo ereditato il personaggio di Giufà, di cui ci parla diffusamente l’etnologo Giuseppe Pitrè, dall’islamico Giucà, ma i due personaggi hanno una matrice squisitamente greca. Da quando nel 756 a. C., i Greci sbarcarono a Naxos, la vita degli abitanti di Sicilia è cambiata. Il rapporto con la cultura greca non si è mai estinto, neppure quando si sono succeduti i diversi conquistatori. Basta pensare che in epoca normanna il banditore bandiva gli editti reali anche in greco, per essere compreso dai siciliani. Si è tramandato un coacervo di elementi che riguardano non solo la cultura ma anche la medicina, la gastronomia, gli atteggiamenti, i modi di pensare e di porre se stessi di fronte ai fatti della vita, che hanno un evidente substrato greco. In tutto questo tempo la grecità non è mai scomparsa, è stata la base su cui costruire. Difatti mangiamo cibi greci, ad esempio la pita, che si prepara con farina, acqua e lievito di birra, probabile antesignana della nostra pizza; facciamo gli sconguiri, abbiamo mutuato elementi apotropaici come il “fare le corna” che i romani hanno ripreso addirittura trasferendolo nelle proprie insegne. Abbiamo importato simboli come la conchiglia, ripresa nel Cristianesimo con il Battesimo, ma anche dalla cultura islamica degli Arabi Sasanidi, che pregavano in casa usando un piccola conchiglia sormontata da una lunetta rivolta a La Mecca. I pellegrini che andavano a Santiago de Compostela portavano con sè una conchiglia con cui bevevano l’acqua. Il Barocco e il Liberty hanno fatto largo uso in architettura di questo elemento così pregnante, dai tanti significati. Ma anche in ambito medico e botanico abbiamo il biancospino, di cui aveva parlato anche Ovidio ne le sue “Metamorfosi”. Oggi è impiegato largamente come prodotto farmaceutico. In dialetto è noto come “ussolino” per le sue spine che pungon in maniera intensa e anche nel dialetto il termine si ricollega alla matrice greca. L’interculutalità è evidente, e si ritrova nel mio libro “Cuntannu cunti (il patrimonio immateriale dei racconti)”; qui riprendo il personaggio di Giufà, citato poc’anzi. Tra le tante novelle che lo hanno per protagonista, mi preme ricordare quella in cui Giufà viene incaricato di cuocere “due fave”, ricalcando il siciliano “metti a cociri du favi”. Quando il padrone chiede a Giufà dove siano le fave cotte, lui risponde di aver cucinato esattamente due fave, una che ha assaggiato per tastare la cottura, l’altra per capire se era dissapita. Questa novella ricalca fedelmente l’apologo dello schiavo greco affrancato Esopo, il più grande scritore di favole del mondo antico, il quale racconta specularmente di essere stato incaricato dal padrone di mettere a bollire la lenticchia: nel mondo greco la lenticchia viene intesa come una per la presenza dell’articolo e quindi Esopo fece bollire un chicco di lenticchia e non le lenticchie, polemizzando col padrone e facendo emergere il suo acume.“Cuntannu cunti “è un libro che propone un percorso storico e culturale della Sicilia attraverso cunti, canti, memorie e poesie che rappresentano l’identità siciliana. E’ nato per far conoscere e amare questa tradizione che abbiamo connaturata. E’ fra i testi che presentano all’estero l’immagine della Sicilia grazie alla sua diffusione negli uffici pubblici. 

“Donnafugata: un castello, un giardino” è un libro che ho realizzato assieme al fotografo Giuseppe Leone e al professore di storia dell’architettura dell’Università di Palermo, Gianni Pirrone. Si tratta un discorso a tre voci per far conoscere la bellezza di questo monumento. Un luogo pieno di storia, in cui il concetto di Gattopardo trova piena attuazione. Il Gattopardo vive in questa dimensione meglio che in altri posti. Mi sono impegnato per far capire che chi realizza un monumento trasfonde in esso tutto se stesso.

Questi miei due libri hanno fatto conoscere aspetti del nostro modo di essere siciliani, e capire che il nostro passato è fondamentale anche per il nostro presente. Adesso sto lavorando ad un testo sulla parlata popolare nella tradizione letteraria. E’ un processo osmotico tra queste due componenti che miro a far emergere e conoscere.

La tradizione orale che appartiene al nostro bagaglio culturale che valore assume ai tempi di internet, della tecnologia, della comunicazione veloce ?

L’avvento della tecnologia è innegabilmente una risorsa sopratutto nell’ambito degli studi e della ricerca. Ha sveltito il lavoro e ampliato i canali per la consultazione. Essa ci mette a disposizione una strumentazione perfetta e ci dà precisione, tuttavia non si può prescindere dalla tradizione orale. Non possiamo recidere i ponti con quello che è stato il pabulum della nostra esperienza. Dobbiamo agganciarci alle nostre origini. Il rapporto con l’oralità non può prescindere dalla nostra vita quotidiana. L’oralità è cultura non codificata e foriera della nostra identità. Il patromonio di cui disponiamo riguarda, come già detto, la gastronomia, la medicina, e le nostre abitudini. Porto l’esempio della mia città:a Ragusa, per la festa di San Giovanni, c’è l’usanza di tenere in tasca tre fave di cui una intera, una pizzicata e una sbucciata. Se si estrae dalla tasca quella intera l’anno sarà favorevole, se vien fuori quella sbicciata l’anno non sarà positvo, se si pesca quella pizzicata l’anno sarà in parte favorevole in parte no. Questo stesso uso veniva impiegato per la scelta degli arconti nell’antica Grecia. Ciò è realmente rintracciabile perchè esistono fonti certe, io mi adopero per corroborare ogni tesi propinanta, fornendo il corrispettivo presente nelle opere letterarie dei classici. Anche il culto di San Giorgio riprende quello di Ercole. Studiare il mondo antico aiuta a capire noi stessi, come l’oralità aiuta a definire la nostra identità. Non è qualcosa di anacronistoco ma è qualcosa da affiancare ai mezzi della contemporaneità. A noi tocca togliere la polvere ammassata nel tempo da questi fatti caduti nell’oblio, per far emergere tante ricchezze sconosciute ed inimmaginabili. L’oralità è fondamentale anche per la promozione turistica dei nostri luoghi, fatta e accompagnata da riferimenti precisi alla nostra storia e non per mero marketing, teso a truffare il turista. 

La Sicilia è da secoli investita da processi di arabizzazione. Quali sono le differenze fra l’isalmizzazione del passato e quella odierna?

Essenzialmente abbiamo avuto due grandi processi di islamizzazione, il primo risalente all’800 d. C. con la presa di Centuripe. Giunsero in Sicilia gli Arabi Sasanidi, di origine persiana colti ed eruditi. Poeti, matematici rd intellettuali vennero incorporati nella corte normanna. Fu un’islamizzazione fatta di armi, ma ci fu una buona integrazione degli arabi coi siciliani, almeno fino al 1600. Quella che stiamo vivendo è un’islamizzazione di ritorno, fatta senza armi ma con gran condizionamento. Indirettamente stiamo prendendo abitudini che non ci appartengono. Basta che gurdare alla diffusione di kebab e cous cous per capire la portata di tale evento. Siamo popoli diversi per regole, mentalità e usi. Credo che oggi viviamo un’integrazione deformata.

Lei è stato a contatto con ricercatori, studiosi e letterati nel corso della sua attività. Qual è o quali sono i più grandi scrittori siciliani contemporanei?

Ho un amore spropositato per Giuseppe Tomasi di Lampedusa, per la sua complessità di autore e per i contenuti veicolati. Sicuramente uno tra gli scrittori che non è stato preso in giusta considerazione è Ercole Patti, definito squallidamente come “fallocrate”. Patti è invece uno scrittore elegante, raffinato, colto, con una grande conoscenza dei classici tanto da essere definito un “aedo in ritardo”. Le sue migliori qualità di scrittore sono state espresse in “Un bellissimo novembre” ma soprattutto in “Diario siciliano”, che registra memorie ed impressioni di un mondo in tragico declino e di cui molto si è perduto. La sua abilità scrittoria si coglie nella vis con cui descrive la passeggiata da via Pacini a piazza Carlo Albero a Catania, sede della “fera o’ carminu”. Una serie di immagini colpiscono in maniera incisiva: la caduta della verde e fresca lattuga sul basalto nero lavico della strada, il gorgogliare dell’acqua nelle grondaia, il profumo degli aranceti di mattina, l’odore di richiuso di una casa di campagna. Le sue descrizioni trasmettono sensazioni “sinestetiche” e si imprimono negli occhi, nel cuore, nelle narici. E’ l’esaltazione della bellezza siciliana. In ciò fu ispirato sicuramente dallo zio, lo scrittore Giuseppe Villaroel, autore di “Via Etnea”, testo bellissimo in cui viene presentato il fenomeno tutto catanese del “passiu”, anticipando Vitaliano Brancati. Sciascia, Brancati e Patti si sono ovviamente appoggiati alla triade formata da Verga, Capuana e De Roberto. Di quest’ultimo, conosciuto solo per i “Vicerè”, inviterei a scoprire il libro su Catania e soprattutto il suo teatro. I testi teatrali di De Roberto restituiscono la dimensione che l’autore aveva del suo mondo. Ho scritto un articolo sul teatro di De Roberto intitolato “Una progione senza sbarre” in cui confronto il momento del rosario descritto dall’autore catanese con “La casa di Bernarda Alba” di Federico Garcia Lorca: in entrambi appaiono in maniera speculare l’ambiente, i profumi, la sessualità, l’animosità. De Roberto è  sicuramente un maestro in ciò. Tra i contemporanei ammiro sicuramente Leonardo SciasciaStefano D’arrigo col suo “Horcynus Orca”, Vincenzo Consolo, Lidia De Stefano, autrice de “La vigna di uve nere” sul tema dell’incesto, e il primo Andrea Camilleri con le indagini del suo Commissario Montalbano. La fiction negli ultimi anni ha creato un Montalbano diverso dal personaggio letterario, ma il regista Sironi è un profondo conoscitore e amante della Sicilia. 

Se potesse scegliere quale immagine o simbolo sceglierebbe per rappresentare ulteriormente la Sicilia?

L’immagine della Triscele è quella che rispecchia la nostra isola in tutte le sue componenti. Mi piacerebbe che si aggiungesse un monumento identificativo o un odore. Tra i monumenti sicuramente andrebbero annoverati un teatro greco, una chiesa, un palazzo nobiliare o i nostri muri a secco con la pierra bianca rosa, tipica della zona degli iblei. Fra i profumi sicuramente inserirei quello degli aranceti e della zagara della zona della Conca d’oro da Catania a Francofonte, o del formaggio fresco o del carrubo. Tutti elementi concreti che sono legati alla nostra quotidianità, che non sono astratti. Porto l’esempio del mito di Cerere, la dea delle messi, tipicamente autoctono che si ricollega alla nostra tradizione del pane e al ricorso ai grani antichi, oggi così tanto riscoperti. La figlia di Cerere, Persefone fu rapita dallo zio, mentre raccoglieva fiori presso il lago di Pergusa. La Vergine per eccellenza che viene rapita, come ad un’ altra Vergine è dedicato il duomo di Ortigia, a Santa Lucia, adoperando l’antico tempio. Tutto ritorna e tutto è legato alla nostra vita in maniera visibile e tangibile.

Prof. Cosentini, la invito a rivolgere suo messaggio ai siciliani. Come e per cosa vorrebbe essere ricordato?

Il mio messaggio per i siciliani è quello di prendere coscienza delle risorse di cui disponiamo e saperle utilizzare. Occorre riappropriarci della nostra cultura. Occorre combattere la lotta contro le nostre origini e radici, recuperare le abitudini, il dialetto, le tradizioni. Bisogna identificarci con la nostra storia alla luce della modernità. Da alcuni anni va di moda Halloween, festa anglosassone importata. Nessuno sa però che questa festa fa parte del nostro patrimonio da tantissimo tempo: e’ stata dimenticata o non è mai stata conosciuta. Anche il grande Giovanni Pascoli ce ne dà testimonianza. I bambini con sacchetti in testa bussavano alle porte delle case, recitando una litania e chiedendo un dolcetto. Ecco, a distanza di tempo mi fa arrabbiare sapere che ci viene propinata per l’esterofilia estrema, una festa che già ci apparteneva. Riprendiamoci il nostro patrimonio e sfruttiamolo. 

Ho fatto l’insegnante e ho insegnato, ma sono sicuro che non s smetta mai di imparare e conoscere. Il mio chiodo fisso è far riscoprire e far conoscere la ricchezza che la cultura siciliana ha; è inimmaginabile. Nella mia attività di ricerca ho voluto di dimostrare sempre le mie tesi, fornendo il corrispettivo letterario presente nelle opere dei grandi autori. Alle mie tesi ho fatto seguire un riscontro oggettivo, di modo che si possa capire che non sono supposizioni ma dati corroborati. Voglio trasmettere l’amore per la conoscenza , quell’amore diverso dal”colpo di fulmine” di cui parlava Standhal, un sentimento che nasce e si alimenta con la frequqnza, con il confronto continuo. Bisogna cercare e ricercare, non bisogna fermarsi, neppure il treno lo fa. Il treno si ferma per ripartire, il viaggio della conoscenza presuppone la frequanza e la ricerca da perseguire con tenacia e slancio, senza arrendersi alle prime difficoltà. Bisogna conoscere: ad esempio molti sono convinti che il biancospino in Sicilia non esista ma c’è eccome, è l’ussolino che cresce nelle nostre zone, dando vita a frutti prima gialli e poi rossi. Se non conosci realmente, come fai a dire che non c’è?

Uno dei pochi uomini rimasti che “danno la sinistra” alle signore, disponibile al confronto, pronto non solo ad insegnare ma anche ad apprendere. Colto affabulatore, comunicatore efficace, letterato fine e arguto, ricercatore instancabile, Gaetano Cosentini è un’eccellenza siciliana a cui dare il giusto risalto quale testimonial e promotore della tradizione siciliana, ancorata saldamente alle sue radici classiche.

Si ringrazia per la realizzazione dell’intervista la LIBRERIA FLACCAVENTO DI LA LICATA S. & C. SNC: via M. Rapisardi  99- 97100 Ragusa (RG); tel. 0932 624844.

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