Al via il processo di recupero delle varietà ortofrutticole siciliane abbandonate


Al via il processo di recupero delle varietà ortofrutticole siciliane abbandonate che, proprio per appartenente alla tradizione dei sapori dell’isola, oggi riacquistano una nuova (e remunerativa) identità di mercato.

Grazie ai mercati di vendita diretta, come quello di Campagna Amica, azzeruoli, albicocche maioline, mandorla chiricupara, fragolina di Noto, limone Muddisi, pomodoro semicostoluto di Nisi e qualcosa come 170 varietà di pere e sessanta di mele tipiche della regione, stanno iniziando a riscoprire una nuova vita commerciale dopo avere, quasi casualmente, suscitato l’entusiasmo di residenti e turisti nei mercatini di quest’estate.

“La gente li compra – ci spiega Doroty Armenia (nella foto) dell’azienda agroittica Macrostigma del ragusano – perché hanno un potere evocativo eccezionale, rimandano ai ricordi della vita di campagna, ai nonni e ai sapori di una volta. Sono andati letteralmente a ruba così stiamo pensando di pianificare una vera strategia di mercato”.

Grazie al tam tam dei turisti, ogni giorno arrivano richieste di acquisto da altre regioni soprattutto tramite gruppi di acquisto. Un risvolto inaspettato per colture ormai quasi dimenticate che, per un casuale contrasto tra tradizione e innovazione, trovano oggi nell’e-commerce un immediato canale di contatto tra consumatori e produttori garantendo a questi ultimi margini un tempo impensabili per queste colture.

Si parla di 5-6 euro al chilo per gli azzeruoli, ossia le piccole mele quasi spontanee di colore rosso o bianco tipiche di queste parti, o  di 3-5 euro per le albicocche maioline fino ai 15 euro al chilo per la mandorla chiricupara sgusciata.

“E pensare che sono colture che sono state abbandonate – ci spiega Lucio Lucifora dell’azienda agricola Tumino – perché considerate fuori mercato. I nuovi produttori non sanno neanche come trattarle perché le piante sono mantenute solo per tradizione e crescono praticamente spontaneamente”.

“Quest’estate azzeruoli e fichi sono andati a ruba – ci spiega Pietro Armenia, padre di Doroty – nei mercati di vendita diretta. Abbiamo portato qualche cestino al mercato per decorare i nostri bancali ma le cassette finivano in meno di mezza giornata. Così mi sono deciso di espandere la produzione e da ho già innestato 5mila metri di nuove piante di azzeruoli e circa 10mila metri quadri di fico di San Giovanni, in siciliano il Sangiuannaru”.

La riscoperta di questi frutti è sostenuta anche dalla Regione Sicilia che, per il secondo anno, ha istituito fondi Psr per la figura di ‘custode dell’identità siciliana’ rivolti ai produttori che conservano le antiche semenze isolane. È il riconoscimento di un ruolo che alcuni agricoltori svolgono per passione. Come nel caso di Gianluca Pannocchietti (nella foto), mastro innestatore che da 15 anni si occupa del recupero di colture antiche che coltiva in un vivaio di 5mila metri quadrati e per le quali ha realizzato anche il brand ‘Radice sicula’.

“In questi anni – ci spiega Pannocchietti – abbiamo realizzato un network di otto aziende che producono antiche colture. Non si tratta di una vera e propria aggregazione ma, siccome i volumi sono troppo bassi, ci diamo una mano ad integrare reciprocamente le richieste dei clienti che sono prevalentemente gruppi di acquisto locale, botteghe equo-solidali, punti bio, dal momento che produciamo solo biologico, o vendita diretta. Sull’e-commerce ci stiamo lavorando soprattutto per essere più efficienti dal punto di vista dei volumi”.

Fonte: http://www.corriereortofrutticolo.it

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