Simona Lo Iacono e la rivoluzione interiore de “Il Morso”

simona lo iaconoSimona Lo Iacono è un magistrato che coltiva la passione per la scrittura accanto alla sua attività professionale che svolge presso il Tribunale di Catania. Ma in quanto donna è versatile e ha molte sfaccettature: è madre, è lavoratrice, è scrittrice; una donna dei nostri giorni, sempre in fermento e in movimento, che sceglie di fare cose in cui crede, spinta dall’entusiamo. Tante attività, tanti interessi, Simona fa volontariato in carcere, dove cura programmi di rieducazione dei detenuti attraverso la letteratura e il teatro, e presso l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, dove utilizza il libro come mezzo di contatto con la realtà.

Nel far tutto ciò è spinta dalla voglia di creare forti emozioni, e di entrare in simbiosi con coloro che si accostano alle storie che tesse nei suoi libri. La scrittura le viene “naturale”, come un’urgenza che deve trovare espressione su carta bianca che si “anima” di nero.

Il suo primo romanzo “Tu non dici parole” (Perrone 2008) ha vinto il premio Vittorini Opera prima. Del 2011 è “Stasera Anna dorme presto” (Cavallo di Ferro), con cui ha vinto il Premio Ninfa Galatea (ed è stata finalista al Premio Città di Viagrande). Nel 2013, sempre per Cavallo di Ferro, ha pubblicato il romanzo “Effatà”, con cui ha vinto il Premio Martoglio e il Premio Donna siciliana 2014 per la letteratura-
Del 2016 è “Le streghe di Lenzavacche” (edizioni e/o) con cui è stata finalista al Premio Strega Giovani e semifinalista al Premio Strega. Il libro è attualmente in finale al Premio letterario “Città di Rieti”, al Premio “Leggo quindi sono”, al Premio “Chianti”.

“Il morso” è il suo ultimo libro: si ispira alla vita di Lucia Salvo «a siracusana», personaggio realmente esistito;  un personaggio femminile unico, fragile e determinato, rassegnato eppure incredibilmente vitale. Nella Sicilia del 1848, la bella Lucia Salvo viene considerata una «babba», ossia una pazza, perché affetta da una grave forma di epilessia. Per volontà della madre, che spera di risollevare le sorti della famiglia, Lucia viene mandata a Palermo, a servizio presso la famiglia dei conti Ramacca. Il conte Ramacca, afflitto da un irrefrenabile desiderio sessuale, brama l’arrivo della nuova serva. Smanioso di saziare i suoi appetiti egli è, però, stanco delle donnette che si precipitano senza resistenze nel suo letto. Quando il nano Minnalò, suo fidato consigliere, gli porta Lucia, la bella ragazza non si concede, anzi, lotta  e riesce a sfuggirgli, dandogli “un morso”. Ceduta da Ramacca al nobile Manfredi degli Agliata, Lucia viene scambiata per una sciocca a causa della sua malattia e sfruttata per trasmettere messaggi segreti ai carcerati. La Sicilia del 1848 è un vulcano a un passo dall’esplosione, e Lucia sembra essere lo strumento perfetto per tramare senza essere scoperti. Intrappolata in un ruolo che non le appartiene, costretta ad apparire per quella che non è e, al contempo, timorosa dei suoi momenti di incoscienza, Lucia diventa un’inconsapevole eroina, protagonista dei moti, quando aiuta il capo dei rivoluzionari, ad evadere dal carcere. 

Ecco la nostra intervista:

Simona, il tema della “pazzia” con cui viene etichettata la malattia che affligge la protagonista, è un tòpos che alimenta mitologia, letteratura, musica e tutte le arti figurative. Come mai sceglie di affrontare tale tematica nel suo romanzo? Può esserci un comune filo conduttore con il romanzo precedente, “Le streghe di Lenzavacche”?

Nel mio precedente romanzo protagonista è un bambino diversamente abile, cresciuto da un gruppo di donne del paese immaginario di Lenzavacche, a loro volta protagoniste di un’esperienza passata di emarginazione, quindi un caso di diversità nella diversità, perchè discendenti di un antico ceppo di donne ritenute streghe, e quindi perseguitate. Il tema di quel romanzo è la diversità e come essa viene percepita all’esterno. In questo mio nuovo romanzo, “Il Morso”, il tema principale, non è la pazzia, ma ciò che viene definito pazzia dal mondo, perchè la protagonista, Lucia viene indicata come pazza, a causa del “mal dell’ombra”. Non c’è sviluppata la follia in quanto tale, ma ho voluto concentrarmi sul gioco tra apparenza e realtà che sta alla base della vita di questa donna. Quindi, i miei ultimi due romanzi hanno in comune l’attenzione sul “diverso” considerato tale dalla collettività. 

La follia, di cui si racconta, si identifica con l’epilessia, una patologia che comporta esclusione, emarginazione e relegamento. Come riescono ad amalgamarsi tutte e a venir fuori queste varie componenti all’interno del romanzo?

Tutte le varie componenti legate alla liberazione interiore, alla crescita di tutti i personaggi, soggiacciono alla presa d’atto di sè. Il mio personaggio, Lucia, avrà un’evoluzione nel corso del romanzo. Queste componenti che ho immesso nel testo, sono connesse alla scoperta del significato ed in particolare al mistero dell’esistenza. Tutti i personaggi, compresa Lucia, si fanno questa domanda: “che senso ha il proprio stare al mondo?” Proprio Lucia, essendo la più fragile dal punto di vista fisico, è la più forte a livello spirituale tra tutti i personaggi che popolano la vicenda: la sua convivenza con la malattia l’ha resa sensibilissima a tutto ciò che va oltre all’apparenza, che non è meramente corporeo. Lucia quindi ha risolto il problema del suo stare al mondo e lo ha risolto con la fraternità, la sensibilità e la pìetas che la lega agli altri esseri umani. Ciò non sarà possibile agli altri personaggi della storia, che si pongono domande laceranti sul significato dell’esistenza, e non sempre riescono a trovare le proprie risposte, la propria identità. Tutto ciò che collega l’esperienza strutturale del libro e dei personaggi è la ricerca di sè e di significato, tutto il resto fa da contorno e serve a raggiungere questo obiettivo. 

Quale immagine di donna viene delineata dalle sue pagine, compiendo un excursus tra i suoi romanzi?

Il mio primo romanzo, “E tu non dici parole”, racconta di una storia vera di persecuzione perpetrata ai danni di suor Francisca Spitalieri, originaria di Bronte, vissuta nel 1600 e accusata come eretica dalla Santa Inquisizione. Io ho dato a questa storia una patina letteraria inventando che ” rubava parole belle”, ossia si appropriava del formulario proprio della messa, ripetendole, senza conoscerne il significato, affascinata dalla bellezza. “Stasera Anna dorme presto”, racconta la vicenda di un adulterio, narrato dai diversi punti di vista dei protagonisti alla ricerca della Verità assoluta, tra cui una donna, trasmettendo l’immagine vorticosa di una giostra dai tanti volti e dai tanti elementi. In ultimo, le donne di “Le streghe di Lenzavacche” e de “Il Morso” sono accomunate dall’esperienza della minorità su cui concentro la mia attenzione. Dunque la donna come soggetto che sconta una fragilità, una crepa, uno stare ai margini del mondo entro quei contesti storici che sono oggi molto lontani dai nostri. La donna dei nostri tempi si è evoluta, ma sono tante le conquiste sociali da conseguire ancora in tante parti del mondo. Mi interessa non delineare la figura della donna in quanto tale, ma capire quello che si “inceppa” ovvero la fragilità, la menomazione, la “sbucciatura” che in tutti i miei personaggi  diventa un’opportunità per acquisire pienezza e consapevolezza interiore. Tutti i miei personaggi, proprio perchè toccati in modo forte dalla vita, dal destino, dalle convenzioni sociali, violati e struprati dalla storia, come diceva Elsa Morante, grazie alla loro ferita, sviluppano occhi intensi per guardare. Sono personaggi che approdano ad un risvolto interiore positivo, mai esteriore: non ottengono il successo, non sono vincenti, raggiungono vittorie di consapevolezza, quindi per la società sono perdenti. Lucia, certamente per la società non raggiunge lo status di donna vittoriosa, ma approda ad una ben più grande vittoria personale. Ecco cosa hanno in comune le mie donne.

Il titolo del libro dà avvio all’evoluzione del personaggio di Lucia. Come mai questa scelta?

Lucia non attua una sorta di rivincita sociale. Il suo non è un atto di ribellione per affermare autonomia e libertà. La sua ribellione, col “morso” è di natura morale perchè non ama il conte figlio, lo morde perchè non è l’uomo con cui si vuole unire, non c’è lotta sociale, o femminista. Si tratta di una rivendicazione etica, primo passo che la ispira alla ricerca di sè. La sua ribellione si innesta nei moti rivoluzionari del 1848, coincidenza storica dove lei si trova imbragata senza volerlo. Lucia aderirà successivamente alla rivolta sociale, dopo aver trovato la propria risposta alla sua ricerca, aver trovato l’amore, aver scoperto una vocazione letteraria e la conseguente voglia di scrivere; solo dopo tutti questi atti ci sarà una rivoluzione sociale, conseguenza di una rivoluzione interiore.

Come mai la scelta di calare la vicenda di Lucia entro la cornice storica dei moti del 1848?

E’ stata una scelta obbligata perchè legata alla storia vera di Lucia Salvo “la siracusana” che ho trovato nelle Storie e leggende di Sicilia di Luigi Natoli. Si racconta infatti che Lucia era una donnina, poco istruita, che venne mandata a Palermo, come serva a casa dei Ramacca. Qui venne utilizzata dalla famiglia antiborbonica per far entrare dei messaggi segreti nelle prigioni di Palermo, dove erano rinchiusi i cospiratori. Con modi sapientemente studiati ad hoc, Lucia si fingeva stupida per ingannare i carcerieri e sembrare dunque inoffensiva. Faceva appositamente la sciocca per essere libera di far circolare questi messaggi segreti. Lucia ebbe dunque un ruolo chiave nella riuscita dei moti del 1848, con un espediente semplice. La storia di Lucia Salvo è una storia di coraggio e di astuzia. Mi è interessata la sua storia che mi ha fornito l’ordito per arricchire il personaggio e soprattutto per costruire la tematica portante dell’essere-apparire. 

Quali sono i suoi modelli letterari? 

Sono un’accanitissima lettrice, ho una base di lettura tradizionali, che vanno dai classici della letteratura, senza dimenticare i siciliani come Verga e Pirandello. C’è sempre una gestazione come lettrice prima che come scrittrice. Chi scrive deve amare leggere. Amo molto anche i contemporanei, tra le mie scrittrici preferite: Carmen Pellegrino, Donatella Di Pietrantonio, Elena Ferrante. Io continuo ad arricchire il mio bagaglio di letture con sovrapposizioni letterarie. Ogni libro è una scopera nuova che continuamente influenza la mia scrittura. C’è sempre una evoluzione, un rimando a cose lette e amate, nell’elaborazione delle trame e dei pensieri, in un fermento sempre in atto. Collaboro anche al blog di Massimo Maugeri Letterattitudine, che mi mette costantemente in contatto con tante valide opere letterarie dei nostri giorni. 

In conclusione, qual è il messaggio che vuol dare ai lettori di Buone notizie dalla Sicilia e ai Siciliani? 

Io mi rivolgo alla Sicilia e ai Siciliani intesi, alla maniera di Sciascia, come metafora dell’umanità. Lo scrittore spesso non vuole solo comunicare un messaggio, ma ha quasi l’esigenza di mettere sulla carta la propria ricerca. Sarebbe più adatto parlare di provocazione piuttosto che messaggio per i Siciliani. La provocazione che è insita in questo romanzo è: che cosa è veramente normale nella realtà e che cosa è pazzia. Può essere considerata pazzia quella di Lucia che conduce ad un percorso spirituale o deve considerarsi pazzia quella del mondo che la circonda, specchio di quello attuale, con le sue maschere, con le sue mistificazioni, con le sue menzogne, con la ricerca e la strumentalizzazione del potere? Che cosa è pazzia? La ricerca interiore provocata dalla sua particolare condizione fisica o non piuttosto il contesto sociale che ci circonda, che ha perduto i canoni della spiritualità, normalità, dell’etica. La provocazione più grande è questa: capire cosa abbia veramente un senso morale. 

(Sabrina Portale)

Leggi anche: http://www.buonenotiziedallasicilia.tv/la-forza-delle-donne-siciliane-alla-scoperta-de-la-casa-del-mandorlo-lella-seminerio/.

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