Intervista a Gabriele Mastropaolo: la Sicilia è “il libro più bello che si può leggere”



31059566_1171668062973299_9016475104200097792_nLe strade di basalto bianco, come i palazzi del centro storico di Palermo, gli elementi architettonici dell’Oriente commisti mirabilmente a quelli dell’Occidente, le cupole alte, grandi e brillanti, sono le componenti che attorniano la casa dello scrittore Gabriele Mastropaolo, che abbiamo conosciuto lo scorso anno, cercando di carpire le caratteristiche della sua arte. L’abitazione rispecchia appieno la personalità di un artista. Gabriele mi accoglie in una casa piena di libri impilati in ogni angolo, di verde, di oggetti più disparati che convivono in un laico sincretismo, gli stessi riversati nella sua scrittura e nel suo modus operandi.

Conosciamolo meglio dalle sue parole che fanno trasparire il pathos per ciò che scrive, vede, vive e fa.

Gabriele qual è il ruolo della letteratura nella tua vita? Da cosa nasce l’amore e l’”urgenza” di scrivere?

È piuttosto difficile definire l’ambito letterario perché troppo vasto e variegato per le tante forme di scrittura che ingloba. Posso dire che la letteratura è una delle direttrici della mia vita, è qualcosa di indefinibile. Il mio rapporto con essa è privato, non la considero come qualcosa di salvifico e terapeutico, al contrario di molti che si rifugiano in essa per salvarsi da un malessere o da qualcos’altro, per fare bene a se stessi. La letteratura mi consente di aprire una fetta di mondo che altri diversi da me o da te hanno aperto. Lo scrittore è colui che vede delle cose che altri non riescono a vedere, mascherate  o appartenenti ad una realtà specifica. Egli in ciò è un invasato. Inoltre, lo scrittore è colui che decide di raccontare questa realtà perché ha gli strumenti adatti per carpirla. La letteratura, alla luce di ciò, è quel luogo dove io vado, un mondo indagato da qualcun altro diverso da me, che con mezzi specifici, mi consente di avere un’altra interpretazione. Essa assurge a mezzo di arricchimento. Con la scrittura voglio aprire la mia fetta di mondo, con la considerazione e la pretesa narcisistica che ciò che scrivo possa destare interesse,  facendo emergere la realtà multiforme che ci circonda. Mi interessa dare altri punti di vista e scrivere con questo proposito è difficile, scrivere bene veicolando con questo obiettivo i contenuti è faticoso e spesso non immediato, per rendere fruibili i propri contenuti. La mia scrittura può essere definita con gli aggettivi “scomposta”, “interattiva”, “disorganica”.

Quando hai iniziato a scrivere?

Ho iniziato a scrivere attorno agli otto anni, riassumendo gli episodi di Star Treck. Da quel momento in poi la scrittura mi ha sempre accompagnato, assieme alla lettura di riviste e fumetti. Ho cominciato a scrivere seriamente all’età di ventisei anni e non ho più smesso.

Cos’è per te il libro?

Il libro per me è uno strumento. Non lo considero un feticcio. Attingo sia al formato cartaceo che a quello digitale.  Non ho il culto del libro cartaceo, non mi inebria il suo odore, né mi esalta il suo tatto. Ormai il libro è da trent’anni scritto su file word e non è più manoscritto. Credo che quello fra libro cartaceo e libro digitale sia un falso versus. E’ opportuno che le due tipologie continuino a convivere, con la specifica che le virtù del libro cartaceo non sono quelle del formato digitale e viceversa. Ho dato vita ad una mia casa editrice Exbook che ha come logo un draghetto di nome Baggy, così chiamato giocando con il nomignolo, l’”ingiuria”, data alla mia famiglia che è “cartabaggiana”. Ormai è anacronistico non rifarsi al mondo digitale. Il maggior canale di conoscenza è pubblicità sono i social. Io li utilizzo per gioco e per farmi promozione. Non ritengo costruttivo polemizzare, occorre farne un buon uso. 

Quali sono i tuoi numi tutelari della scrittura?

Sicuramente buona parte degli autori che uso come modello sono siciliani. Tra tutti spiccano: Gesualdo Bufalino, che affettuosamente chiamai “nonno”, G. Tomasi di Lampedusa, Leonardo Sciascia. Accanto ad essi si affiancano: Stephem King, Kurt Vonnegut, Italo Calvino, il Tolstoj di “Anna Karenina”, l’Henry James di “Ritratto di signora” che considero come il sole che ti abbaglia, per la sua capacità scrittoria  folgorante, e anche José Saramago, autore de “Il vangelo secondo Gesù, che mi ha fatto piangere di felicità.

A chi di loro ti senti spiritualmente e stilisticamente più vicino?

Dal punto di vista spirituale, ogni autore tra quelli citati, ha inciso fortemente nel determinare la mia personalità e la mia scrittura. Ma se devo fare delle specifiche è Italo Calvino che tento di riprendere nei miei romanzi. Egli è riuscito a rendere la scrittura dei racconti una tecnica efficace. Tutti lo ricordano come scrittore di romanzi, ma fu un abilissimo compositore di racconti. Proprio in questa veste mi sento di rifarmi a lui. Calvino componeva racconti, mettendo assieme pezzi, come se il testo fosse un puzzle o un mosaico. Vorrei aggiungere altri due nomi alla lista dei numi tutelari: Federico Fellini e Dario Fo. Il primo, nel celebre “Amarcord”, fa sua la tecnica scrittoria di Calvino, cucendo in un unicum narrativo, degli sketch apparentemente slegati ma uniti da un comune intento. Il secondo, Dario Fo, è modello per me per la sua irriverenza, per la sua vitalità (oltre sessantacinquenne non si risparmiava, recitando per ore sul palco) e per la sua genialità. “Mistero buffo” è il testo da cui ho preso le mosse per scrivere il mio romanzo, “Io, Lucifero”. Ho sempre sognato di dormire fra lui e Franca Rame.

C’è un fil rouge che lega i tuoi testi?

No la mia produzione non ha una tematica comune ma affronto diversi argomenti trattati con la stessa tecnica, mi riferisco specificatamente a quella della cornice, già usata con successo ne “Le mille e una notte”, nel “Novellino” o nel “Decamerone”. Quello della mise en abyme è un espediente che si trova in “Il Treno” e in  “Io, Lucifero”;  il mio prossimo libro, invece avrà una struttura diversa. Posso dire però che nei miei racconti, un tema comune che ho sviluppato è quello della fuga alla ricerca della catarsi. Nei miei testi mi sforzo affinché il lettore metta qualcosa di suo, viva empaticamente quella scrittura dove io fornisco i pezzi e lui li assembla. 

Cosa rappresenta la Sicilia per Gabriele uomo e scrittore?

Io non tendo a separare le due cose, si solito questa divisione la fanno gli altri. La Sicilia per me è “il libro più bello che si possa leggere” per la sua cultura, arte, storia, natura, cucina.Io oggi giorno mi accosto a questa lettura cercando i dettagli, le cose spesso non considerate . Giro e vivo fisicamente i luoghi della mia terra. 

La Sicilia cosa offre ad uno scrittore?

La Sicilia offre tanti spunti di riflessione con i suoi paesaggi, le sue storie, ecc. Ciò che abbiamo di più prezioso è la cultura profondamente influenzata dai Greci, dagli Arabi, dai Normanni , dagli Spagnoli, dai Francesi e persino dai Celti. Con i Celti abbiamo in comune il simbolo: il trifoglio si lega alla nostra Triketa, alla Triscele, alla Trinacria. Entrambi derivano dal simbolo indoeuropeo dello svastica, segno usato anche da Budda che ha quattro punte ed indica il mutamento continuo, il divenire della realtà e dell’essere. La Sicilia è stata meta del Gran Tour perchè offriva al viaggiatore la possibilità di entrare in contatto con la storia antica, di vedere un’originalità che altrove non esisteva. La Sicilia è stata, è, e sarà sempre crocevia, luogo di incanto culturale e spirituale.

Cosa offre la città di Palermo eletta per il 2018 capitale italiana della cultura?

Per Palermo, essere capitale italiana della cultura, è la riconferma di un processo di rinascita e riqualificazione avviato qualche tempo fa con successo. E’ una grande opportunità per mostrare bellezze e potenzialità di questa città.  Palermo si è inserita in un trend di itinerari turistici che la rendono sempre più appetibile dal punto di vista turistico. Gli eventi organizzati mirano a rivalutare e far conoscere tante risorse. E’un’ottima vetrina, un input per continuare a promuovere bene il nostro capoluogo e le altre città dell’Isola. 

Quali sono i tuoi progetti attuali e futuri?

Il prossimo 21 e 22 aprile sarò coi miei libri, in Corso Vittorio Emanuele, tra gli espositori de “La via dei Librai”, che lo scorso anno ha registrato circa 70, ooo presenze.Una manifestazione importante per la promozione turistica e culturale.

Sto ultimando il mio libro su Palermo, a cui lavoro da circa sei anni. Spero di pubblicarlo entro la fine del 2018. Il tema sarà prettamente esoterico, perché Palermo, come altre molte città, ha insito l’esoterismo in ogni sua parte. Sto consultando tantissimi testi antiche ed originali che mi portano a frequentare archivi e biblioteche, compiendo scoperte eccezionali (ad esempio il primo testo italiano stampato da Aldo Manuzio nel 1499,si trova a Palermo).

Per Natale conto anche di pubblicare un mio racconto.

Infine spero di poter attuare un tour per tutti i 390 comuni siciliani, perlustrando grandi e soprattutto piccole realtà, convinto che proprio nei paesini si nascondano i tesori più preziosi. Questo è il progetto della mia vita, convinto come sono che la Sicilia, sia un libro aperto da leggere e rileggere in continuazione, per scoprire nuovi e stimolanti spunti.


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